Poi venivano a benedire la campagna…noi siam di terra e si fa questo giro!

La fiera di San Francesco a Fiesole, i riti primaverili della settimana di Pasqua a Saletta, il Natale, le benedizioni delle campagne, le processioni, le feste agrarie legate alla mietitura e battitura del grano, il rosario serale nelle famiglie … con la voce di Silvana le campagne si raccontano come luoghi della ritualità, in un ciclo dell’anno strutturato e sacralizzato dalle feste agrarie e cristiane. La memoria della preghiera nel quotidiano si trasforma in un messaggio universale, che porta verso la terra, madre di tutte le forme di vita.

Nel 2011, in occasione del nostro primo incontro, Silvana Boni ha raccontato la storia della sua famiglia: una famiglia contadina mezzadrile giunta a Fiesole dal Mugello nel 1927. Il suo racconto ci guida attraverso una forma di vita travolta dalla rapida trasformazione del 900, ma che vuole trasmettersi in eredità viva e tenace, incarnata nella sua persona e nei paesaggi che Silvana si porta dentro. Oliveti sottratti al bosco, vigneti, cereali, orti, frutteti, pascoli diventano fiere, battiture, vendemmie, riti agrari, processioni, piatti speciali, preghiere e canti.

La forma di vita mezzadrile nella testimonianza di Silvana è scienza della terra, degli equilibri ecologici e sociali: cultura contadina. Il ciclo dell’anno è strutturato dalle feste, che coronano e sacralizzano i lavori dei campi, così come le giornate si concludono con la preghiera. Il racconto dipinge e collega tra loro un’impressionante sequenza di paesaggi naturali, culturali, sociali. Si apre con la memoria della nonna con la quale Silvana partecipava alle feste e alle fiere della città di Fiesole, e si chiude con la memoria del nonno, nel clima d’intimità familiare che riuniva la famiglia intorno al rosario serale.  Tra l’apertura della fiera in città e l’intimità del quotidiano familiare, diverse immagini narrative restituiscono la struttura agraria e rituale dell’anno contadino. La ribellione di Silvana ai “tempi moderni” che hanno allontanato l’uomo dalla terra, si chiude con un messaggio di profonda fusione, armonia e coerenza: “noi siam di terra e si fa questo giro”.

Campagne in preghiera, campagne in festa

Abbreviazioni: V. Valentina L. Zingari; S. Silvana Boni

Invece con la mi’ nonna s’andava di più a Fiesole quando c’era la festa di S.Francesco, la fiera delle bestie… 

S. Invece con la mi’ nonna s’andava di più a Fiesole quando c’era la fiera di S.Francesco, la fiera delle bestie… la c’era una signora che la ci aveva una botteghina lì, indò c’è ora la banca: la Galarduccia la si chiamava: e s’andeva a comprà ci compravano le mentine di zucchero che l’erano un po’ rosse un po’ bianche, bonissime, s’andava con la mi’ nonna a volte. A Fiesole ci si capitava più pe’ queste cose qui: per la farmacia, per le feste…: « via, oggi e c’è festa a Fiesole, si va a Fiesole… » sennò per far la spesa si penava più poco andare alle Caldine benché l’è salita ma si faceva prima… capito…?
V. E quali erano le feste che c’erano allora a Fiesole che si ricorda?
S. C’era la fiera delle bestie il secondo giovedì di luglio alle Caldine, a Fiesole un me ne ricordo ma giù per su ci correa poco, mettevano tutti fiocchi rossi alle bestie, tutti lisci li portavan laggiù. Si trovavano tutti i mezzadri, tutti i contadini, veniva il sensale a comprare le bestie, poi diceva “io ci ho una bestia da vendere”… il mi babbo l’è andato a comprarla una su a Bologna in un’alpile, co’ i’ treno le portavano… poi c’era “‘i Pelle” si chiamava, con la baroccia, portava le mucche con la baroccia, ce le portava in qua e là… Alle fiere si portavano i manzi che camminavano co’i carro e tutto ma mettiamo che i’ mi babbo vendeva una mucca alla fattoria di Maiano: allora veniva questo qui per portarla. Perché le bestie da tiro gli mettevano i ferri per camminare nella strada … allora anche la via dei Bosconi l’era tutta sassi, le gente e portavano i sassi grossi poi gli uomini con quella martellina gli omeni gli andevano a spaccargli e buttavano sassi e tu dovevi trovare ‘i viottolino pe’ passare. Allora gli si sciupavano i piedi alle mucche tenute nella stalla, l’ugna l’era tenera, e allora gli portava i’ Pelle sulla baroccia, capito? “Ora viene i’ Pelle a pigliarla!” Dicevano così. E dicevano così … Lui stava su alle Quattro Strade.

Noi s’andava a fare i sepolcri, si faceva certi sepolcri…

V. Mi racconti un po’ dell’anno, con le sue feste…
S. L’anno, a Natale ammazzavano il cappone, facevano festa, facevano la torta, il dolce, e il cappone… arrosto, lesso, il primo dell’anno un altro cappone, la befana ci facevano la calza, con quelle mentine, un mandarino, queste roba qui, i fichi secchi… le feste si andava alla messa, gli omeni andavan a cantare in chiesa. Poi c’era il Corpus Domini, gli andavano a far la processione, da Saletta a Villa Monetti.
Gli omeni portavan il baldacchino… c’era il prete, un’altra avanti con la croce, un altro dietro… ora un fa più nulla nessuno… noi s’andava a fare i sepolcri, si faceva certi sepolcri ! Seminavan le vecce, e si mettevan al buio, e le venivan tutte bianche, poi si pienava davanti all’altare fino a mezza chiesa di queste vecce bianche con tutti i lumini accesi… per la Quaresima, il giovedì santo, si faceva il sepolcro…

Poi venivano a benedire le bestie per Sant’Antonio…

S. Poi venivano a benedire le bestie per Sant’Antonio, il prete, veniva a benedire le bestie, poi venivan a benedire la campagna, si faceva tutti gli altarini, ogni contadino si metteva fuori un tavolino con il coso bianco, con l’altarino, con un coso bianco… con l’immagine della madonna, passava il prete e benediva tutto il podere, l’era l’usanza…
S. Per via delle tempeste, si faceva in primavera, prima di maggio… Stornelli, preghiere, la mi nonna sapeva tutta la Pia de’Tolomei… « nonna, via cantate ». L’era a filar la lana, con il fuso, delle pecore, « O stai bona … Chetati, va a guardà che un vadi via le pecore… » « Se un cantate Pia de Tolomei un vo… » Le si faceva cantar sempre! Che fu Ghino che tradì il padrone, e quando quell’altro tornò la mandò via…

La vede il servito del Ginori, quello lì lo comprò la mi nonna… poi s’è adoprato per le barche, per le battiture, le vendemmie…

S. Quello lì, la vede il servito di’ Ginori, quello lì lo comprò la mi’ nonna quando e si sposò la prima figliola, il 26, per fare… la colazione. Per le nozze. Mi è rimasto qui un l’ha volsuto nessuno, po’ s’è adoprato per le barche, per le battiture, la mattina quando e si faceva ‘ste cose, veniva questi altri contadini, gli usava prender il caffellatte ‘ste cose qui… allora si adoprava… la battitura, la barca, la vendemmia allora si tirava fori la roba, ‘ste cose, ci voleva un servito… per il caffellatte… La barca d’iggrano, Il grano si abbarcava, veniva il barcaiolo apposta…
V. La barca?
S. La barca d’i’ grano, quando s’abbarcava il grano, si veniva tre quattro contadini, con le bestie, allora si faceva le serque di’ grano, la serquia vuol dire 12 covi, la veniva fatta per così, quattro lati, tre covi per lato, di grano e il gallo sopra, per coprir tutte le spighe di sopra, si metteva tutte le spighe dentro, allora si doveva esser tre o quattro paia di bestie per portare a far la barca nell’aia per quando veniva la battitura, perché più che una serqua un le caricavano, su la treccia, ci voleva tre o quattro paia di bovi, e allora la mattina facevan colazione cominciavano presto sennò si spicciolava il grano… co’i’ caffelatte, e poi facevano quell’altra colazione con gli affettati formaggio, ma la mattina verso le sei e mezzo, quando gli avevan fatto il primo viaggio, prendevan il caffellatte… nelle tazze belle, con la brocca piena di caffè, la zuccheriera, veniva apparecchiata una tavola fuori diciamo con due bigonce girate in giù, due tavole, facevan questa tavola fori du’ seggiole d’intorno e via… per abbarcare il grano, quando si faceva la battitura, capitava l’occasione, d’estate, della battitura, far la barca.
V. E si chiamava la barca ?
S. La barca d’iggrano, Il grano si abbarcava, veniva il barcaiolo apposta… poi fino in vetta… c’era tre paia di bestie le scaricavano tutte nell’aia, qui c’era la barca e qui passava le bestie, allora con l’ammazzacavallo metteano un palo in tera, alto e poi un altro, lungo così legato lì a quel coso e due di dietro con l’ammazzacavallo a buttà su i covi con l’ammazzacavallo perché la venia alta…
V. Quindi la barca era proprio un covone diciamo…
S. Veniva messo cento serque di grano, centodieci, sicché veniva un barcone perché i covi gli eran grossi, poi si battevano, poi veniva la macchina e si battevano… trebbiatrice, se lei la considera ogni serqua venia un sacco di grano, porca della miseria ma che si è penato un poco…poi quando si era a fare il pagliaio di fieno co il forcone a buttar su quello a pesticciare, tu l’hai buttato troppo in qua, troppo in là, porca miseria, però si era tranquilli…

L’era bella sì, poi dopo ci mettevano la croce con tutti i fiocchi rossi…

V. …doveva esser molto bella… avete delle foto ?
S. L’era bella sì, poi dopo ci mettevan la croce con tutti i fiocchi rossi… della barca no, sa le fotografie i contadini … insomma ci s’hanno dei mi’ nonni dei mi babbo, però queste cose qui, se le facevan le facevan i villeggianti poi se le portavano via…
V. Quindi c’erano già i villeggianti ?
S. D’estate c’erano, d’inverno no, d’estate quando si faceva la barca, la vendemmia… venivan in villeggiatura da Firenze, d’estate ci stavan tre quattro mesi, sempre gli stessi… bellissima l’era la barca nell’aia, con tutti quei buoi bianchi, con quelle trecce … sarebbe un bel filme quello, anche la trebbiatura, bella, s’era trenta quaranta persone…chi faceva il pagliaio, chi a parare i sacchi, chi a portalli, a far la barca de’ sacchi, il fattore a ridigliello….

Stornelli, preghiere…  il rosario tutte le sere il nonno ci faceva dire

V. Quindi sua nonna sapeva le poesie, le storie…
S. Le sapevano così, perché erano analfabeti ma le sapevano, le cantavano, le facevano l’uno con l’altro… il rosario tutte le sere il nonno ci faceva dire, e un si poteva bere, e zitti! Tutta la corona, poi le litanie dei santi. Si faceva di settembre, ora un le sa nemmeno il prete…

Nel capo delle genti ci dovrebbe entrare, la terra e ti dà da campare, ti dà olio, ti dà tutto, da campare gli animali, la t’ha creato, la ti dà da vivere, e poi la ti rimangia… noi siamo di terra, e si fa questo giro… 

S. Nel capo delle genti ci dovrebbe entrare, la terra e ti dà da campare, ti dà olio, ti dà tutto, da campare gli animali, la t’ha creato, la ti dà da vivere, e poi la ti rimangia… noi siamo di terra, e si fa questo giro… io la conosco poco, ma finché un si tornerà alla terra…

WP_I_Short_PDFSCHEDA INTERVISTA – Scarica il PDF
Un racconto di Silvana Boni. Una voce dalle campagne mezzadrili
Un racconto di Silvana Boni in dialogo con Valentina Lapiccirella Zingari, nell’ambito del progetto « Officina del racconto », 7 Ottobre 2011, Fiesole Villa Monetti
Questo paesaggio narrativo è composto di elementi di documentazione raccolti ed analizzati in due diversi contesti di ricerca. Il primo incontro con Silvana è avvenuto nell’autunno del 2011 ed ha segnato l’inizio di un’intensa collaborazione ed amicizia. Un secondo momento di documentazione si è svolto nel 2014, in preparazione dell’opera multimediale “campagne in preghiera, campagne in festa” e del filmato “sotto gli ulivi”.
Mentre la registrazione sonora da cui è tratta la selezione di frammenti è avvenuta durante il nostro primo incontro, nel 2011, le immagini sono state riprese durante un incontro di documentazione avvenuto nella primavera del 2014.

Francesco Perna, durante una conversazione registrata nella sua farmacia (progetto “Officina del racconto”, 2011) mi aveva parlato di Silvana come di una personalità antica e familiare, quasi un mito di fondazione del contado fiesolano.
Personaggio resistente e di confine, Silvana è sempre vestita alla moda contadina, con il grembiule blu e le scarpe grosse. Mi riceve nella sua cucina, dove avviene il racconto corredato da molti oggetti e una ricca documentazione costituita da fotografie di famiglia e libretti colonici, preziosamente custoditi e preparati in previsione del mio arrivo e dell’intervista. Il racconto è testimonianza di una delle tante famiglie mezzadrili che con il loro lavoro e la loro cultura hanno costruito e curato, palmo a palmo, le terre ed i paesaggi fiesolani. Un racconto solenne, quasi testamento di un’epoca e di una forma di vita.
La selezione di frammenti che compongono questo paesaggio narrativo è legata alla volontà di fare emergere la dimensione festiva, rituale e spirituale della narrazione di Silvana.