Fiesole l’ha vissuto sulla pietra!

Un racconto che popola di presenze la collina di Montececeri: dagli Etruschi di cava Canara alle famiglie di Borgunto, il quartiere degli scalpellini fiesolani. Ricordando che le cave di pietra serena sono state il cuore dell’economia e della vita locale, per secoli legata alla città d’arte di Firenze, la narrazione porta nel presente un mondo di competenze, conoscenze e passioni. Le parole ed i gesti dello scalpellino richiamano ai nostri orecchi “la musica delle cave”: quel particolare ambiente sonoro prodotto dal battito degli scalpelli sulla pietra.

Nel 2011 (progetto “Officina del racconto”) Enrico Papini ha raccontato la sua storia, tutta vissuta dentro l’eredità di una famiglia di scalpellini fiesolani, portatori di un impressionante repertorio di conoscenze e competenze artigiane. La narrazione rivela le profonde conoscenze naturalistiche e geologiche, i saperi tecnici, le diverse competenze di cui erano portatori gli “uomini della pietra”: Massaioli, sbuzzatori ed ornatisti… con i loro strumenti di lavoro: punciotti, biette, mazze, mazzuoli, ferri, violini e righette…
Oggetti, persone, luoghi e gesti animano un racconto a più dimensioni, in cui il linguaggio della pietra e la toponimia delle cave si intrecciano e confondono con i ricordi d’infanzia del narratore. Immagini e suoni, registrati nel maggio 2014, sono frutto della seria ed impegnata collaborazione di Enrico al progetto di documentazione e montaggio audiovisivo.

L’immagine finale della giornata d’infanzia vissuta in cava ci guida attraverso le dimensioni del lavoro, della trasmissione del mestiere e del quotidiano: il cibo portato da casa, i gesti del padre che accompagnano l’apprendistato del figlio, la sorgente da cui si poteva bere…

La musica delle cave nel racconto di Enrico Papini

Abbreviazioni: V.: Valentina L. Zingari. P.: Enrico Papini

La cava Canara l’è stata cominciata dagli Etruschi…

V. La collina di Fiesole è proprio il luogo…
P. La collina di Fiesole l’è proprio il luogo… praticamente… la cava Canara l’è stata cominciata dagli Etruschi… capito? Loro hanno cominciato a lavorare… e poi via via man mano dopo i Romani… se lei la guarda le mura etrusche son tutti sassi levati dagli etruschi…poi le farò vedere questa cava…
Ce n’era un’altra ancora più antica, la chiamano la cava dei Macarelli, ancora più fonda, più fonda…quella l’è cascata tutta, è cascata. Noi s’andava sempre nelle cave, da ragazzi s’andava a bracare, dentro in queste grotte…il mi’ babbo diceva, “un andare l’è pericoloso… un andate… lo vedi il sasso, te tu devi guardare la venatura la fa così…” Dopo tu impari…

Prima nelle cave si era parecchi, prima prima, io parlo dopoguerra…

P. Prima nelle cave si era parecchi, prima prima, io parlo dopoguerra… negli anni 60, s’era diversi, negli anni 50, c’era parecchi scalpellini… gli era un mondo… lei per esempio quando le arrivava nelle cave la sentiva… l’era come sentire non so, un suono, un suono, una musica! Una musica! Perché col mazzuolo e lo scalpello faceva… tin tin tin tin…pin tin pin tin… gli era tutto un battito in questa maniera, di scalpellini, eh gl’era bello…

Fiesole prima qui l’eran tutti scalpellini…

P. Nelle cave? Nelle cave c’era centinaia di scalpellini!
Nella cava quassù in cima ce n’era quindici, a Maiano in una cava ci poteva essere 20 persone… Fiesole prima prima qui l’eran tutti scalpellini…
V. Se le ricorda le famiglie?
P. C’era i Bonciani, c’era, c’era la famiglia… parecchie, la famiglia Pratesi, la famiglia Sarti, poi c’era la famiglia Braschi, la famiglia Gori, la famiglia dei Vasacci… dei Pezzatini, la famiglia Righi che l’avean la cava quaggiù sotto. Fiesole l’ha vissuto, prima prima l’ha vissuto sulla pietra… tutti i monumenti sono in pietra di Fiesole, perché le cave unn’eran mica qui solo, l’eran anche a Fontelucente, sopra al Calderaio, ha capito?
…perché questi filari che monta qui vanno in cima a Montececeri, riscendono a Fiesole, passan sotto Fiesole, e vanno in Mugnone, poi risalgano dalla parte di là della Bolognese, di là della Bolognese cominciano a diventar più bastardi, a imbastardire, a scemare come filari, la pietra a diventar un po’… peggio… il punto meglio l’è da Maiano a Montececeri, poi dalla parte di là, di San Francesco, dalla parte dei frati, del bosco dei frati di San Francesco, dentro l’anfiteatro, c’è le cave… lì c’è un monte di cave, tutta la parte di Fontelucente c’è le cave, ora magari saranno chiuse, recintate…

Prima nelle cave c’era i massaioli…

P. C’è tante cose da dire, ma per la lavorazione… un masso così, loro facevano uno strappo, alto dieci centimetri dodici, a V, una lunghezza così, poi coi punciotti e le biette facevano un altro strappo…quando il masso lo battevano con la mazza, che fa il masso? Si spacca… e lì veniva giù il blocco…[…] P. Prima nelle cave c’era i massaioli, i massaioli l’eran quelli addetti al masso, levavan altro che il masso!
V. Com’era organizzata allora una cava familiare, come la tua?
P. Nelle cave come il mi’ babbo la levava da sé, come il mi’ nonno… ma nelle cave più grosse, quelle che entravano dentro, a grotta, lì c’era i massaioli… il massaiolo levava il masso, poi c’era lo sbuzzatore, quello lo sbuzzava, poi c’era lo scalpellino lo rifiniva, poi c’era l’ornatista che faceva l’ornato… l’era una catena…[…] P. Questa è pietra bigia, quella refrattaria, motta…. Questa regge al foco, la diventa dura…
… Questo è filare gentile, quello sopra il filar dei nodi, sopra il filar del crusca, poi c’è i filaretti, di 30, 35 , 40, poi dove c’è quella rigata bigia, che sembra ruggine, c’è il filar di due metri, sopra c’è il filar di tre metri, sopra di là c’è il filare di 14 metri, poi 5 e 10 metri, e questo sotto di un metro, dal fondo del masso… vedi? Questo è il galestro… l’è una ricchezza ma un la sanno sfruttare, ma come, con le cave come ci hanno, che si va a pigliar la pietra di Firenzuola, per far la piazza?

A cinqu’anni il mi babbo mi portava nelle cave!

P. A cinqu’anni il mi babbo mi portava nelle cave! Specialmente quando l’era a battere i ferri, mi portava a girare il manticino, con sé, o se no mi portava in cava, mi portava in cava e m’insegnava, io guardavo, sempre, avoglia… poi anche dopo, quando e so’ cresciuto, praticamente quando andavo a scuola, sortivo da scola, andavo a casa, prendevo il mangiare e lo portavo al mi babbo…
V. E lì dov’era sto luogo, dove avete iniziato?
P. Qui, qui sotto… a Montececeri… Compiobbi un c’entra nulla… ora ci sto di casa, ma prima, prima, stavo quassù a Fiesole, io so’ nato in via Sant’Apollinare…
V. E lì c’era la sua famiglia? Com’era, quando lei era bambino?
P. Io ci stavo co’ i genitori, il babbo la mi mamma, c’avevo la mi sorella, il mi’ fratello, si stava tutti insieme, praticamente, e più giù a piazza ci avevo il mi’ nonno, la mi’ nonna… tutti lì…
V. E il lavoro, il nonno, il babbo stavate in queste cave qui, a Montececeri?

Quando s’era ragazzi mi’ padre mi dava un sasso, un martello un ferro e io battevo

P. Nella pietra c’è il verso per lavorarla, il controverso, la scaglia, se no fai tutte buche, se tu un conosci il verso, un lo spacchi il sasso… l’è quella la faccenda, e quando s’era ragazzi mi’ padre mi dava un sasso, un martello un ferro e io battevo, mi segnava una pietra, mi diceva, “questa traccia la devi far piana eh!” e io dovevo farla piana, e finché un la facevo piana un si doveva smettere… oggi domani, doman l’altro, la doveva venir piana la traccia! La subbiatura… la subbiatura a lisca di pesce, come quella lì, tu devi fare il regolino, la deve esser piano… se no glielo faceva rifare… la subbiatura con le punte deve venir diritta, finché un la facevi diritta tu battevi, e lì si imparava… se hai passione di farlo tu lo fai… se no un fai niente.

Il babbo d’i mi babbo un l’ho conosciuto, perché morì giovane, a 52 anni, e levò nelle cave praticamente le colonne della biblioteca nazionale… tutta pietra serena…

P. Ora, io proprio il nonno… il babbo d’i mi babbo un l’ho conosciuto, perché morì giovane, a 52 anni, e praticamente lui l’ha levato nelle cave praticamente le colonne della biblioteca nazionale, se lei va alla biblioteca nazionale lei la vede due colonne d’entrata, quelle le ha levate il mi nonno… davvero… qui sotto, la cava che ci ho qui sotto…
V. E sempre tutta pietra serena?
P. Tutta pietra serena… un c’era nessuno nelle cave in grado di poter levare queste colonne, perché ci voleva la pietra tutta lunga, un diametro lungo dieci metri…. e un diametro un metro per un metro, tutte intere… e praticamente queste cave, come quassù alto, un c’eran le lunghezze, e mentre in cava del mi’ nonno c’era le lunghezze, perché la chiamano la cava dei filari lunghi… ha capito? Proprio la pietra lunga per poter levar queste colonne…

Una giornata di cava…

P. Una giornata di cava… andavi lì la mattina, non so, verso le sette e mezzo l’otto, d’estate… andavi lì, pigliavi un pezzo di pietra, il mi babbo magari aveva da fare uno scalino, qualcos’altro, io pigliavo un pezzo di pietra, mi mettevo lì, battevo… facevo queste rigature, la subbiatura, la sbiecatura, insegnava lui… e poi giù andavo a piglialli l’acqua al mi babbo, per bere, perché quaggiù sotto c’era una curva c’era una sorgente d’acqua fresca, l’era una bellezza, andavo a pigliar l’acqua e gliela portavo in cava, capito? E poi dopo logicamente si portava il mangiare dietro e si mangiava lì, poi dopo mangiato si faceva un riposino e verso le tre e si ricominciava a lavorare, fino alla sera all’otto si restava là in cava, tra noi…
V. Che vi portavate in cava?
P. Di molto roba così, o affettato, o se no roba preparata dalla sera, un pezzo di carne, salsicce, un ciotolino di fagioli… se l’era roba da scaldare si poteva fare anche il foco, d’inverno l’era più dura… l’era più dura a starci…
V. Si lavorava lo stesso d’inverno?
P. Sì, ma sai d’inverno, l’inverno non è che facevano granché. Io da ragazzo andavo a scuola la mattina, poi magari andavo il pomeriggio a portargli il mangiare al mi’ babbo, la mi’ mamma lo preparava… io quando sortivo di scuola prendevo il mangiare e lo portavo al mi’ babbo, e poi stavo con lui fino alla sera… le sette l’otto, l’era bello… prima di tutto si era più giovani…

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Le cave di Montececeri nella memoria degli scalpellini – Io ci ho vissuto, ci son nato nella pietra…
Un racconto di Enrico Papini in dialogo con Valentina Lapiccirella Zingari

Questo paesaggio narrativo è composto di elementi di documentazione raccolti ed analizzati in due diversi contesti di ricerca. Una prima intervista con Enrico Papini, dell’Ottobre 2011 (progetto “Officina del racconto”) ed un laboratorio di documentazione organizzato nel maggio del 2014, finalizzato alla raccolta di materiale audiovisivo per il progetto “Narrando@Fiesole”.

La famiglia Papini trasmette da diverse generazioni la tradizione del mestiere della pietra. La prima intervista ha un taglio biografico, e si sviluppa seguendo alcuni momenti della vita quotidiana di Enrico. Enrico mi dà appuntamento a Prato ai Pini, davanti alla chiesa. Il giorno del nostro incontro lo trovo ad aspettarmi pronto a farmi scoprire la “sua cava”.  Nel rumore della strada sterrata comincio a registrare le sue parole. Il tratto di strada che collega Prato ai Pini alla cava si snoda attraverso campi e boschi e finisce in un luogo nascosto e affascinante, pieno di reperti, blocchi di pietra, ceppi d’albero, attrezzi. Qui si trova la capanna, addossata ad un blocco di pietra serena carico di tracce del lavoro di estrazione, “la cava” che è anche archivio di famiglia, laboratorio di scultura, deposito di attrezzi, reperti, pietre. Una parte della registrazione documenta i movimenti di Enrico, come una visita guidata alla cava sulle tracce della memoria familiare, del padre e del nonno scalpellini, seguita da una dimostrazione del suo lavoro.

La selezione dei frammenti sonori di questo paesaggio narrativo è legata alla volontà di fare emergere, attraverso il percorso biografico, i ricordi d’infanzia e di una vita intera vissuta nelle cave, l’eredità della profonda esperienza degli scalpellini fiesolani e di un mondo di competenze e passioni che si collega al mondo antico e alla memoria degli etruschi, le cui tracce si materializzano nella “cava Canara”, ma anche e sopratutto alle genealogie degli scalpellini fiesolani, che Enrico ricorda con grande precisione ed i cui nomi restituiscono al luogo la sua storia.

La narrazione rivela le profonde conoscenze naturalistiche e geologiche, i saperi tecnici, le diverse competenze di cui erano portatori gli “uomini della pietra”.

Le immagini ed i suoni della piccola opera multimediale “Vivere nella pietra” sono stati registrati nel maggio del 2014, durante un piccolo laboratorio di documentazione organizzato con i giovani artisti del Piccolo Cinema di Torino. Quest’ultimo incontro è stato particolarmente intenso, segnato da una forte volontà di testimonianza e collaborazione.