Richard Brook

PERSONAGGI

Fiesole, terra d’accoglienza

La comunità fiesolana e i profughi ebrei dalla Germania (1933 -1938)

Richard Brook è il pronipote dei proprietari di quello che fu il prestigioso Hotel Prinz of Preussen a Ratibor. La sua famiglia, di origine ebraica, fu costretta ad abbandonare la Germania a seguito dell’avvento del regime nazionalsocialista e della progressiva introduzione delle leggi razziali, che resero impossibile la prosecuzione di una vita sicura e dignitosa nel Paese.

Nato a New York City nel 1950, Richard appartiene dunque alla generazione successiva all’esilio forzato della sua famiglia. Ha lavorato come archeologo per il Governo degli Stati Uniti, operando a Washington D.C. presso il Dipartimento dell’Interno degli Stati Uniti, all’interno dell’Ufficio di Gestione del Territorio.

Oggi vive in California e, una volta in pensione, ha dedicato molti anni alla ricostruzione della storia familiare, segnata dall’emigrazione, dalla dispersione e dalla perdita. Le sue ricerche lo hanno portato più volte in Germania, Polonia, Italia e Francia, e si sono intrecciate con un prezioso patrimonio di memoria costituito dai sette album fotografici lasciatigli dal padre.

Grazie a queste fotografie e alle ricerche svolte presso l’Archivio Storico di Fiesole, Richard è riuscito a ricostruire il periodo trascorso dalla sua famiglia rifugiata a Fiesole grazie all’aiuto del Dott. Gino Frascani.

Medico e figura di spicco nella vita fiesolana tra le due guerre, Gino Frascani fu fondatore dell’Istituto di Cura Chirurgica del Salviatino, una struttura sanitaria all’avanguardia per l’epoca. Molto attivo politicamente, fece parte del Consiglio Comunale di Fiesole per ben quattro legislature consecutive a partire dal 1905, distinguendosi per un orientamento laico e progressista.

Negli anni Trenta mise a disposizione propri immobili e relazioni per sostenere famiglie straniere ed ebree in fuga dall’Europa centro-orientale, offrendo un primo approdo a Fiesole prima del trasferimento a Villa Primavera. Un gesto che si inserisce in una più ampia rete di solidarietà civile, destinata però a interrompersi bruscamente con l’inasprirsi del clima politico e l’emanazione delle leggi razziali.

La villa divenne una pensione tra il 1936 e il 1938, fino a quando anche in Italia, con la promulgazione delle leggi razziali, la famiglia fu nuovamente costretta a fuggire, lasciando il Paese in modo improvviso e drammatico.