Project Description

L’architetto Giovanni Michelucci, Ernesto Balducci, Fiorenzo Miniati. Personaggi che hanno animato il panorama culturale italiano e che avevano un rapporto stretto con Fiesole. Ripercorrendo le loro passeggiate si raccontano ville, piazze, angoli di Fiesole e gli incontri particolari che hanno ospitato.

1) La Fondazione Michelucci
“Vivere a Fiesole fu un’opportunità suggerita da un amico, un collaboratore, ma anche la scelta di una città elettiva, dove vivere”
(Corrado Marcetti, La collina dell’architetto)

Nel 1958 Giovanni Michelucci si trasferisce, assieme alla moglie, la pittrice Eloisa Pacini, a Villa Il Roseto, dimora realizzata dalla pittrice belga Consuelo De Jevenois, tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento, periodo in cui Fiesole attira artisti, letterati e intellettuali provenienti da tutto il mondo. L’architetto ha ormai quasi settant’anni, e dopo un periodo romano, come ricorda Andrea Aleardi, decide forse di “vivere l’ultima parte della propria vita in un posto, straordinario naturalmente ..” La scelta del luogo fu molto meditata. La posizione della villa, infatti, con un’ampia loggia che si apre sulla piana, permette di abbracciare con un solo sguardo sia la corona delle colline, sia, soprattutto, l’intera espansione della città di Firenze. Da questo osservatorio privilegiato Michelucci riesce forse a comprendere meglio la naturale espansione della città, delimitata dalla corona di verde, ma anche “magari più dal punto di vista esperienziale, (…) valutare cosa significa anche pensare di governare lo sviluppo urbano di una città” (Andrea Aleardi, Intervista di Valentina Zingari del 25 giugno 2014).

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2) La Villa Medici
“….nel paesaggio di Michelucci avevano camminato i grandi dell’umanesimo fiorentino, anche nello stesso paesaggio fiesolano, avevano camminato da Pico della Mirandola a Marsilio Ficino, come poi successivamente l’avrebbe contrassegnato delle sue stesse camminate… perché il paesaggio per Michelucci si camminava” 
(Corrado Marcetti, La collina dell’architetto)

Villa Medici è uno dei primi esempi di “case da signore” che nella seconda metà del XV secolo iniziano a punteggiare anche le colline fiesolane, contornandosi di giardini, espressione della cultura nascente, e di un rapporto nuovo con la natura e il paesaggio. Durante le sue passeggiate, fatte per iniziare la giornata lavorativa e per rincorre le idee “che venivano camminando”, l’arcitetto Giovanni Michelucci passava ogni giorno davanti all’ingresso di Villa Medici. O più precisamente in quel punto attraversava la strada, per raggiungere il marciapiede che lo avrebbe condotto, attraverso la via Beato Angelico, fino a Piazza Mino. Attraversamento assai pericoloso, su una curva a gomito che, con l’avanzare dell’età di Michelucci, metteva in ansia i suoi collaboratori. “Ma lui – ricorda Corrado Marcetti, – ci teneva moltissimo alla sua autonomia di rischio. Quindi, l’attraversata della strada dal cancello della Fondazione al marciapiede opposto, la voleva fare da solo perché: «la libertà è rischio». Questo è un concetto fondamentale per lui”. (Corrado Marcetti, Intervista di Valentina Zingari, 25 giugno 2014)

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3)  Fiesole luogo naturale di incontro e dialogo 
“….perché il paesaggio per Michelucci si camminava…quelle fatte con padre Balducci per esempio, le camminate, le chiacchierate i confronti tra Balducci e Michelucci, furono assolutamente importanti per modificare il clima culturale di quel periodo… Idee che vengono camminando diceva Michelucci…”

Fiesole era il luogo naturale di incontro tra Ernesto Balducci e Giovanni Michelucci, residenti l’uno alla Badia Fiesolana, l’altro nella casa-studio il Roseto. Le passeggiate fiesolane furono occasione di dialogo, di riflessione e di confronto su quella comune speranza di città futura, con al centro l’uomo. Una città capace di risolvere i nodi dell’esclusione, dell’accoglienza delle diversità, del superamento delle discriminazioni, della pacifica convivenza. Balducci, sulla rivista Testimonianze da lui fondata, scrive nel 1965: “al centro della città dovrebbero esservi quelle che potremmo chiamare le strutture del dialogo. Non sogno nemmeno, al centro della città, la chiesa. La chiesa deve smettere di essere un monumento. (…) Lo spazio centrale è lo spazio comunitario, lo spazio in cui le strutture devono sostenere e far circolare i valori che accomunano e devono essere occupate nei momenti del libero dialogo, del libero confronto umano”. E per fare questo Balducci sottolinea che “si dovrà pur trovare un modo di cercare un dialogo, il più possibile largo, tra i costruttori della città e i cittadini perché anche questi siano, in qualche misura, costruttori della città” (E.Balducci, La città del dialogo, in “Testimonianze” n.76-77, 1965).

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4) Gli incontri di piazza Mino
“…Per una serie di circostanze che in quegli anni potevano succedere, assessore all’urbanistica era diventato appunto Fiorenzo Miniati, e Michelucci che gli si rivolgeva scherzosamente, diceva, mi raccontò lui, “ciabattino, non rovinate la collina di Fiesole”… In questo non c’era nulla di paternalistico, c’era uno scambio intellettuale e politico…

Molti incontri informali tra l’architetto Giovanni Michelucci e l’Amministrazione di Fiesole avvengono al Blu Bar, in piazza Mino, dove l’architetto si fermava con i collaboratori, durante la sua passeggiata quotidiana, a prendere il caffè, e dove spesso incontrava sindaco e assessori, anch’essi scesi per una pausa. Era quella una occasione di saluti, ma anche di scambio di idee, di informazioni tra amministratori locali e una personalità di rilievo. Ma il rapporto che si instaura tra Michelucci e Fiorenzo Miniati – che negli anni Sessanta-Settanta lo vedono impegnato nelle politiche urbanistiche che ruotano intorno al primo Piano Regolatore di Fiesole – è più stretto, particolare. Grazie anche all’attività principale di Miniati, che fu, per tutta la sua vita, quella di calzolaio. Racconta infatti Corrado Marcetti che Fiorenzo Miniati, che “era un nobile ciabattino come mestiere, ma persona finissima, aveva il piacere di venire a discutere di urbanistica con Michelucci, che gli dava dei buoni consigli, e soprattutto lo metteva in guardia dicendo: «state attenti a non rovinare Fiesole!».

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