Il mi’ babbo era religioso…in chiesa s’andava, s’andava in Domo…

In un susseguirsi di ricordi e visioni, il racconto ancora la testimonianza biografica e storica ad una dimensione di ricerca spirituale e di fede. In un paesaggio fiesolano profondamente segnato dalla presenza della chiesa nelle sue più diverse espressioni: le funzioni della domenica nella cattedrale, le dolorose esperienze dell’infanzia in collegio, la carità dei frati francescani, le forme tradizionali e festive della devozione, la ricerca di una dimensione spirituale capace di prendere le distanze dall’istituzione ecclesiastica e di trascenderne i limiti.

La testimonianza poetica e mistica di Paolo Tellini vive dentro la storia. Storia biografica e familiare, storia sociale.  La visione delle domeniche in chiesa, nella cattedrale di Fiesole, con i genitori apre la memoria ai dolorosi ricordi d’infanzia in collegio, delle violenze ed ingiustizie subite. Da queste sofferenze nasce il riscatto nella fede, nella dimensione individuale che trascende i limiti dell’esperienza storica. Il paesaggio fiesolano di Paolo Tellini è strutturato dalla presenza della Chiesa: le messe in cattedrale, il convento di San Francesco, la memoria di frate Clementino e delle opere di carità, la presenza dei parroci, le feste. La scelta di una libertà spirituale nella fede si connette fortemente con la ricerca artistica, e si esprime in volontà di costruire un rapporto libero e profondo con la preghiera, svincolata dai contesti sociali, formali ed ufficiali del culto.

Cattedrali, campanili e visioni.

Abbreviazioni: V. Valentina L. Zingari;T . Paolo Tellini

Il mi’ babbo era religioso, tutte le domeniche andava in chiesa…

T. Il mi’ babbo era religioso, tutte le domeniche andava in chiesa, tutte le domeniche… ci portava anche noi, con la mi’ mamma… […] poi venne la decisione di mandarci in collegio, perché un ci avevan da mangiare, ci mandarono a Prato, dai Celestini, che fu chiuso perché i bambini li picchiavano, un casino, botte a tutto spiano… io ero dai Celestini, e un ci davano da mangiare… e botte a tutto spiano. Legavano i bambini all’albero, tutti nudi… certi lavori, poi un ragazzo fece la spia ai carabinieri e li becconno tutti. Poi di lì ci presero e ci portonno a Fucecchio, a un altro collegio… e poi dai Facibeni, a Firenze, io stetti un mese, poi un stavo a far nulla, io presi e venni via… così chiamarono la mi mamma, “un si impara nulla!! Che sto a fare io qui?” […]
Al mi’ fratello, ruzzolò le scale lo ingessarono tutto, io… mi davano le botte in testa con la granata di legno e mi svenivo… I genitori venivano ogni tanto… Poi il mi babbo disse, “No no, li porto via se no mi muoiano!”. E ci portò via, ci portò via, … a casa, se no si moria lì, botte, botte, senza mangiare, senza nulla… la mi mamma portava da mangiare, i biscotti, e le mangiavan loro e noi un ci davano nulla… ora l’hanno chiuso. C’erano monache e signorine. Il frate era un falsario, si faceva vedere solo per le feste, Natale Pasqua, se veniva lui si mangiava, quando andava via lui un si mangiava più…

Lui fa capire di pregarlo…

V. La parrocchia è importante, qui?
T. Sì, perché c’è il Domo e Santa Maria… la chiesa lì e il Domo… ma io senta nei preti non credo, io credo solo, icché vedo… io vedo… lei deve capire il discorso che voglio fare io… sarebbe quello, io quand’ero ospedale vidi Gesù al muro, io credo lui ma non credo ai preti! […] Lui mi apparì al muro, vedevo proprio Gesù, con un alloro alto, grande, alto… ma l’era proprio lui, ora se io vo a raccontallo le genti un ci credono. Poi mi sparì, e vidi un’altra cosa, ma se vai a raccontallo al prete, lui un ci crede… io prima di vederlo non ero tanto attaccato a Gesù, sì capivo, ma dopo averlo visto lo prego di più. Capito?
V. Ma lei ha iniziato a dipingere dopo le apparizioni?
T. Sì, […]. Ero in ospedale, pativo, si vede che pregandolo, patendo, lui si fa vedere. Lui vole la preghiera, che tu preghi, poi va a finire che tu lo vedi. Ma se tu bestemmi e non preghi, va a finire che non apparisce… lo vidi proprio al muro, ma ero sveglio come ora, con l’alloro, si fece vedere… Lui lo fa capire, di pregarlo.

C’era di molta fede prima…

T. C’era di molta fede prima, ora meno, ora c’è la fede si questi vecchi, ora ci sono questi anziani come me, che sanno che tanto si deve morire, e allora si raccomandano a lui… qui c’era le processioni, ora un c’è rimasto nulla, fanno solo i fochi di San Romolo, il Corpus Domini.
V. Com’era quando lei dice c’era molta fede, c’erano delle feste, processioni… Mi racconti di un anno, delle feste…
T. C’era la festa della Madonna, la festa di Gesù, festa di San Romolo… pregavano, il mi’ babbo in chiesa l’andava, perché lui era religioso, in chiesa s’andava, s’andava in Domo, poi morto il mi’ babbo io un ci sono più andato, perché tanto lo dice il prete che conta lo stesso, anche pregare in casa… io per esempio quando fanno la messa a Roma, Milano, conta lo stesso…

Clementino l’era uno, lo chiamavano il frate zoccolo, che andava a chiedere per aiutare quelli che avevano fame…era un frate buono…

V. E i Convento di San Francesco, ci andavate?
T. Sì, quando c’era il frate Clementino. Clementino l’era uno lo chiamavano il frate zoccolo, che andava a chiedere per aiutare quelli che avevan fame no? Ci pensava lui, se no un si mangiava… lui ci portava la roba, se no un si mangiava mica noi… poi dopo l’è morto, ma io l’ho conosciuto, ora era anziano, non so se hanno le foto di Clementino… sì, era un frate bono, perché lui andava a chiedere alle chiese, alle ville… all’epoca c’era la miseria, se no noi un si mangiava… era un frate!
T. C’era Don Ferri, quell’altro che è in piazza, Don Ferri l’è morto… ora c’è Don Roberto, prima c’era Don Fornelli. Mi disse Don Fornelli una volta, “un ti vedo mai in chiesa”. Io dissi chiaro, “Venire in chiesa per veder lei, io un vengo, io se vengo, vengo per pregare!”. Lo dissi chiaro. Che vo a vede’ il prete io? Io prego in casa – “e mi disse… “Ognuno… si fa come vuole!”.
V. E Don Ferri?
T. Don Ferri ci aveva la chiesa in Borgunto, ma l’ha fatto del bene, lui, so che era… un prete che aiutava…

WP_I_Short_PDFSCHEDA INTERVISTA – Scarica il PDF
Paolo Tellini, pittore calzolaio. Una storia di vita fiesolana 
Un racconto di Paolo Tellini in dialogo con Valentina Lapiccirella Zingari, nell’ambito del progetto « Officina del racconto », 10 Ottobre 2011, Fiesole Teatro Romano
Il primo incontro con Paolo Tellini è avvenuto in una serata dell’Ottobre 2011, a Fiesole. Francesco Perna, durante un incontro avvenuto nella sua farmacia in quello stesso periodo, evocando alcuni personaggi fiesolani mi aveva parlato della vena poetica e visionaria di Paolo Tellini, mostrandomi alcune fotografie delle sue opere. La casa di Paolo Tellini è addossata al Teatro romano, nel cuore della città di Fiesole e a pochi metri dalla cattedrale. Durante il racconto, il suono delle campane accompagna le parole e i silenzi di Paolo. Nella sua povertà, la casa si trasforma in luogo d’arte e di preghiera. Il racconto è immersione in un universo popolato da ricordi e visioni, impressionante tessuto di elementi storici e biografici.

Mentre la registrazione sonora da cui è tratta la selezione di frammenti è avvenuta durante il nostro primo incontro, nel 2011, le immagini sono state riprese durante un secondo incontro, avvenuto nella primavera del 2014, in preparazione dell’opera multimediale “cattedrali, campanili e visioni”.

La selezione di frammenti che compongono questo paesaggio narrativo è legata alla volontà di fare emergere la dimensione spirituale e religiosa dell’esperienza di Paolo Tellini, come voce significativa nel contesto culturale fiesolano.